L’Identikit degli under 35: precari e malpagati. Uno su due vive ancora con i genitori

L’Identikit degli under 35 ci dice che oltre la metà degli under 35 ha esperienze di lavoro nero, contratti precari e disoccupazione, ma anche vessazioni o molestie sul lavoro. Con retribuzioni mediamente basse e il futuro che fa paura

Nel curriculum di oltre la metà degli under 35 ci sono esperienze di lavoro nero, contratti precari e disoccupazione, ma anche vessazioni o molestie sul lavoro (sono denunciate da una giovane su 7). Con retribuzioni mediamente basse, in prevalenza sotto i 10mila euro, oltre la metà dei giovani deve rinunciare all’autonomia, vivendo ancora con i propri genitori. Il futuro fa paura: quasi tre quarti sono convinti che l’importo dell’assegno pensionistico non consentirà di vivere in modo dignitoso.

È questo l’identikit degli under 35 che emerge dall’indagine condotta su un campione di 960 giovani della fascia 18-35 anni, realizzata dal Consiglio nazionale dei giovani con il supporto di Eures, che sarà presentata lunedì in un webinar. Iniziamo dalla condizione lavorativa. A cinque anni dal completamento degli studi, i giovani intervistati hanno lavorato in media per tre anni e mezzo. Solo il 37,2% del campione ha un lavoro stabile, mentre il 26% ha rapporti a termine, il 23,7% è disoccupato e il 13,1% è studente-lavoratore.
La condizione prevalente (33,3%) è caratterizzata da una «elevata discontinuità lavorativa» (disoccupazione superiore al 40% del tempo) solo 4 su 10 hanno lavorato per almeno l’80% del tempo. La maggior parte ha una retribuzione inferiore a 10mila euro annui (il 23,9% inferiore a 5 mila euro e il 35% tra 5 e 10 mila euro), mentre il 33,7% del campione percepisce tra 10 e 20mila euro (solo nel 7,4% dei casi si superano i 20mila euro).

Un under 35 su due vive ancora con i genitori

Non stupisce che con queste retribuzioni il 50,3% degli under 35 intervistati viva ancora con i propri genitori, mentre solo il 37,9% vive da solo (o con il/la partner). Ma la percentuale di quanti hanno creato un nuovo nucleo familiare raggiunge il 56,3%, tra chi può contare su un lavoro stabile, con oltre 20 punti di scarto sui coetanei con un lavoro discontinuo (33,5%). La maggioranza dei giovani (54,65) ha esperienze di lavoro senza contratto, il 61,5% ha accettato un lavoro sottopagato, il 37,5% dichiara di aver ricevuto pagamenti inferiori a quelli pattuiti e il 32,5% di non essere stato pagato per il lavoro svolto. Il 13,6% dei giovani dice di aver subito nel corso della propria esperienza lavorativa molestie o vessazioni (12,8% uomini e 14,5% donne).

Emigrazione, famiglia, casa: i nodi in primo piano

Per poter lavorare in tanti si sono trasferiti in un’altra regione (27,1%) o in un altro comune della propria regione (28%). Solo l’8,2% ha rifiutato di lavorare fuori dal proprio comune.

Questa condizione di vulnerabilità ha conseguenze sulle scelte procreative: solo il 6,5% afferma di avere figli (8,8% tra i lavoratori stabili), il 60,9% vorrebbe averne quando avrà condizioni materiali più solide, mentre il 32,6% dichiara di non averne e di non volerne avere neanche in futuro.

Solo il 12,4% è proprietario della casa in cui abita, un’esigua minoranza ha provato a chiedere un mutuo (10,8%), generalmente ottenendolo (7,7%), ma la gran parte non prende in considerazione tale possibilità, non essendo in condizione di potervi accedere (40%).

Una generazione di precari

«La discontinuità lavorativa e il fenomeno della precarizzazione – commenta Maria Cristina Pisani, presidente Cng – stanno influenzando le scelte di vita dei nostri giovani, con conseguenze significative sulla loro dimensione retributiva e pensionistica. Un presente di instabilità e un futuro di indigenza stanno cancellando il diritto al futuro di un’intera generazione».

Il «miraggio» della pensione

Un capitolo è dedicato alle pensioni: il 73,9% degli intervistati immagina che non vivrà dignitosamente con l’assegno pensionistico. Prevale la disinformazione: il 53% del campione non conosce con quale metodo venga calcolata la sua pensione. La metà del campione rimanda la decisione sulla pensione integrativa non avendo la disponibilità economica necessaria (24,2%) o spostandola di qualche anno (24,4%).

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