Lavoro, nulla sarà più come prima: “Resterà senza lavoro chi pensa di poter vivere nel mondo del lavoro post Covid come se il Covid non ci fosse stato”

Colloquio con Rosario De Luca, presidente della “Fondazione studi Consulenti del lavoro”: “Lo sblocco dei licenziamenti sarà un bel problema”

Un piccolo ufficio in casa, una buona connessione, un’alta conoscenza delle tecnologie digitali e la capacità di rimodulare la propria professionalità in poco tempo. Sono gli elementi di cui non potrà fare a meno il lavoratore del futuro. Perché il lavoro che verrà, anche dopo la fine della pandemia, non sarà più lo stesso. A spiegarlo ad HuffPost è Rosario De Luca, presidente della “Fondazione studi Consulenti del lavoro”. Al momento però, come sottolinea un rapporto della Fondazione, tra gli italiani c’è molta preoccupazione e un milione di lavoratori è convinto di perdere il proprio posto nei prossimi mesi. Mentre quasi due milioni di occupati ancora non lavorano e 2,6 milioni di dipendenti vedono a forte rischio il proprio futuro lavorativo nel momento in cui arriverà lo sblocco dei licenziamenti.

Nuove attività o vecchie attività che cambiano?

Come ha fatto capire il presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo discorso programmatico alle camere, con la fine della pandemia ci troveremo davanti a un mondo del lavoro molto cambiato. Insomma, sarà difficile fare finta che nulla sia successo e tornare a una situazione pre-pandemia.

Secondo De Luca è ancora prematuro però “parlare di attività che scompariranno, perché la tendenza sarà quella di provare a ripartire in ogni modo: piuttosto bisogna pensare ad attività che si reinventano. Questo sì”. Qualsiasi lavoratore e datore di lavoro, continua, “dopo la pandemia dovrà per forza compiere un salto culturale, perché indietro non si tornerà e la gestione del lavoro sarà del tutto differente da come la conoscevamo”. De Luca fa alcuni esempi concretizzatisi all’inizio della pandemia. “Pensiamo alle imprese di pulizia – spiega – andate subito in crisi perché gli uffici hanno chiuso. Dopo poco tempo molti hanno riconvertito le proprie attività in imprese di sanificazione con i dipendenti che hanno dovuto in breve tempo imparare a utilizzare la nuova strumentazione e hanno mantenuto il posto del lavoro”. Oppure il settore degli allestimenti di eventi e fiera “che sono ripartiti producendo segnaletica per aziende, schermi in plexiglass e cartellonistica”. Parliamo poi delle telecomunicazioni a distanza e di come è cambiato il modo di comunicare. “Nell’ultimo anno c’è stata una rivoluzione. Torneremo a utilizzare le videochiamate solo una decina di volte all’anno? Non credo proprio. E questa esigenza sviluppa una richiesta fortissima di informatici e programmatori di app. Perché le piattaforme vanno programmate e una grande azienda che ha bisogno di continui collegamenti ha anche bisogno di queste figure di cui prima poteva fare a meno”. C’è poco da fare: “Resterà senza lavoro chi pensa di poter vivere nel mondo del lavoro post Covid come se il Covid non ci fosse stato”.

Digitalizzazione e investimento sulla formazione.

La prima necessità del lavoratore per essere competitivo sarà quella di riconvertire le proprie capacità per potersi inserire nei nuovi modelli organizzativi che le aziende si daranno. In questo senso c’è da segnalare che tra i principali cambiamenti intervenuti nel lavoro degli italiani, ben il 41,8% ha evidenziato il miglioramento delle proprie competenze digitali e tecnologiche nel corso dell’anno, mentre, a seguire, circa un terzo (32,4%) ha visto crescere il proprio orientamento verso la formazione e l’aggiornamento.

“Sotto gli occhi di tutti – spiega De Luca – c’è la questione della tecnologia digitale che in un modo o nell’altro ha preso il sopravvento per via del lavoro a distanza”. E dunque ogni forma di lavoro sarà condizionato dall’impatto tecnologico: “Con questo – prosegue De Luca – dovranno fare i conti anche i meno giovani che magari non hanno nel proprio dna l’utilizzo della tecnologia in maniera esasperata. Anche se mi auguro che nel 2021 ci sia almeno una conoscenza di base”.

Riconversione degli spazi, uffici “da casa” e smart working.

Un altro elemento di cui non si farà più a meno è, come detto, una diversa organizzazione del lavoro aziendale. Il lavoro ibrido (un po’ in sede e un po’ da casa) è ormai realtà.

“Molte aziende – dice De Luca -, soprattutto quelle di servizi, hanno preferito passare da uffici molto grandi a uffici più piccoli per risparmiare sui costi fissi. Con la conseguenza di far alternare, secondo turni prestabiliti, i dipendenti a una stessa scrivania”. Si pone dunque in maniera molto stringente la questione di una riconversione degli spazi. “Prendiamo a esempio un grande ufficio con 30-40 dipendenti – spiega sempre De Luca – e pensiamo a quanto paga di affitto, di bollette, di strumentazione. Con lo smart working il risparmio è garantito perché riduci i costi fissi che hanno devastato le aziende e che sono rimaste chiuse per molti mesi”. Ma anche lo smart working dovrà essere regolamentato. “Dobbiamo introdurre in maniera concreta il lavoro agile – afferma sempre De Luca – e la retribuzione dovrà essere legata non alle ore lavorate ma al conseguimento di risultati”. Dunque ogni lavoratore dovrà essere sempre più preparato ad auto-organizzarsi e disporre di una sorta di piccolo ufficio in casa. A questo “si dovranno accompagnare alcuni accorgimenti da parte dello Stato, come per esempio il rafforzamento della rete internet in tutto il Paese”. Se da una parte lo smart working sarà sempre più presente, non si potrà lo stesso rinunciare ad alcune prerogative del lavoro in sede: “Il lavoro ibrido sarà il futuro – dice ancora De Luca -. Ma lo smart working non potrà mai essere considerato l’unico modo di lavoro, ma solo una delle forme. E alcuni aspetti di socialità e riunioni in sede per risolvere alcune problematiche non dovranno mai mancare”.

Sblocco dei licenziamenti.

Secondo il presidente della “Fondazione studi Consulenti del lavoro” lo sblocco dei licenziamenti, quando avverrà, “sarà un bel problema”.

De Luca spiega: “Nel Recovery si parla anche di politiche attive, ma fino a oggi in Italia sono state fallimentari. Basti pensare al reddito di cittadinanza che doveva essere un punto di partenza, mentre a oggi è stato anche punto di arrivo”. Per De Luca dipenderà molto dai provvedimenti adottati per far ripartire l’economia: “In rapporto a quello che verrà messo in campo vedremo come si evolverà la situazione, perché rischiamo di trovarci con 700mila-un milione di licenziamenti. Al momento -prosegue -, per riconvertire le professionalità dei lavoratori più a rischio serve una riforma del sistema delle politiche attive con un coinvolgimento pieno del collocamento privato. Solo così riusciremo a rimettere tutto il mondo del lavoro in moto”.

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