La crisi si è abbattuta su giovani, donne e under 50. A due mesi dalla fine del blocco dei licenziamenti, manca ancora un piano per uscire dall’emergenza

Dall’Istat a Bankitalia, fino ad arrivare ai dati Eurostat di confronto internazionale e alle recenti stime dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (UpB). La pandemia e il clima di incertezza che ormai perdura da mesi si sono abbattuti con forza sul mercato del lavoro italiano. Anche con la nuova classificazione degli occupati le statistiche mostrano più ombre che luci: da febbraio 2020 a marzo 2021 si sono persi quasi 900mila posti. Il tasso di occupazione è calato di 2 punti percentuali (da 58,6% a 56,6%). Il numero di disoccupati (2.495.000) è rimasto stabile, gli inattivi no, sono cresciuti di qualcosa come 650mila unità (tra questi, moltissimi scoraggiati). Chi ne fa le spese sono i giovani, le donne e gli under 50.

Il confronto internazionale: Italia fanalino di coda

A prescindere dalle definizioni della statistica, è evidente che in Italia il mercato del lavoro si sia sostanzialmente fermato, cioè non si assume più, e chi è uscito sta facendo fatica a rientrarvi. Come tasso di occupazione siano fanalino di coda in Europa, solo la Grecia fa peggio. Come tasso di disoccupazione (a livello generale, 10,1%, tra gli under 25 addirittura 33%) siamo ancora tra gli ultimi: peggio di noi, in entrambi gli indicatori, solo Spagna e Grecia (ultima rilevazione Eurostat).

Primo numero da cambiare: troppi giovani non lavorano

Quello che è evidente è che la crisi sanitaria e poi economica hanno acuito i nodi storici del mercato del lavoro italiano. Da febbraio 2020 a marzo 2021 gli under 25 hanno perso 74mila posti. E ci sono 76mila disoccupati in più. Nella fascia 25-34 anni i disoccupati in più nello stesso periodo sono 238mila. Che cosa si è rotto? Tre cose.

Primo. Il dialogo scuola-lavoro si è fortemente incrinato. L’apprendistato non funziona in modo adeguato e non i è un orientamento verso le discipline che danno maggiori chance di occupazione.

Secondo. Risultati non soddisfacenti di Garanzia giovani.

Secondo nodo: la crisi si è abbattuta forte sulle donne

Il secondo numero da cambiare è l’occupazione femminile, che si è ridotta al 47,5 per cento. Siamo quasi 20 punti sotto le percentuali europee. Da febbraio 2020 a marzo 2021 si sono perse 438mila occupate. Qui a pesare è soprattutto la difficoltà a conciliare vita-lavoro, che in Italia è un nodo strutturale. I vari bonus e congedi straordinari e l’assenza di servizi educativi adeguati per la cura, soprattutto della prima infanzia, hanno costretto molte mamme a fare un passo indietro sul lavoro. Ora con il Recovery Plan si prova a invertire rotta, ma bisognerà correre. Spesso poi gli impieghi femminili sono prevalentemente nel terziario e con contratti precari, entrambi in difficoltà con la pandemia.

Terzo nodo: in forte calo contratti a termine e autonomi

Il terzo problema del mercato del lavoro italiano è che la crisi, unita a misure di protezione come la cig Covid-19 e il blocco dei licenziamenti, ha prodotto un effetto spiazzamento, scaricando gran parte delle difficoltà sui lavori a tempo e sugli autonomi, da sempre meno protetti. Sono mesi che l’Osservatorio Inps evidenzia crolli dei contratti a termine.

Anche l’Istat evidenzia centomila occupati a termine in meno nell’anno, e oltre 200mila autonomi persi. Sono anche calati gli occupati a tempo determinato, ma su questo calo in parte ha influito la nuova classificazione Istat degli occupati. In ogni caso, dietro l’angolo è forte il rischio di un mercato del lavoro polarizzato, tra più garantiti e meno garantiti.

Nonostante la scoperta dello smart working, l’idea di estendere tutele e diritti anche ai lavori e lavoretti è corretta, ma fin qui le misure adottate non sembrano esser state capaci di invertire rotta. È paradossale, solo per fare un esempio, che ora, in un clima di incertezza, permangano vincoli normativi sui contratti a termine, facendo così perdere occasioni di reddito a migliaia di potenziali occupati.

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