Ecco come cambierà il mercato del lavoro

CAMBIA LA CLASSIFICAZIONE DI OCCUPATI, DISOCCUPATI E INATTIVI

Il comunicato Istat sul mercato del lavoro di aprile merita un’attenzione particolare. Come riportato nel regolamento Ue 1700/2019, entrato in vigore il 1° gennaio 2021, la classificazione di occupati, disoccupati e inattivi all’interno della rilevazione della forza lavoro è cambiata da quest’anno.

Il cambiamento più rilevante è quello relativo alla classificazione degli occupati. Fino a dicembre 2020, veniva considerato occupato ogni dipendente, anche se assente dal posto di lavoro. In questo modo, le persone in cassa integrazione per più di tre mesi venivano considerate occupate, nonostante la mancanza di un’effettiva attività di lavoro. Allo stesso modo, gli autonomi che non avevano svolto alcuna attività lavorativa per più di tre mesi erano considerati occupati, a patto che la sospensione dell’attività fosse temporanea.

Con la nuova classificazione, invece, non sono più considerati occupati i lavoratori dipendenti che sono assenti dal lavoro da più di tre mesi. Anche gli autonomi che non svolgono alcuna attività lavorativa da più di tre mesi non si considerano occupati. Fanno eccezione i lavoratori che sono assenti dal lavoro per motivi di congedo parentale.

Come cambiano i numeri con il nuovo metodo?

In tempi di crisi come quella determinata dal Covid-19, la nuova classificazione comporta una riduzione notevole del numero totale di occupati, un aumento degli inattivi e un leggero aumento del tasso di disoccupazione. Questo aumento è principalmente determinato dalla riduzione della forza lavoro, ossia la somma di occupati e disoccupati perché il tasso di disoccupazione si calcola come disoccupati/(occupati + disoccupati).

CHI HA PAGATO DI PIU’ LA CRISI?

Con la nuova definizione, cambia anche il peso che ciascuna categoria ha dovuto sopportare in termini occupazionali.

Secondo le rilevazioni di fine 2020, per esempio, il numero di occupati con contratto a tempo indeterminato era addirittura aumentato. Con i nuovi dati, il numero è in calo di 218 mila unità tra febbraio 2020 e lo stesso mese del 2021. Le tipologie contrattuali più colpite restano i dipendenti a tempo determinato (-372 mila tra febbraio 2020 e febbraio 2021) e gli autonomi (-355 mila nello stesso periodo).

Con la vecchia definizione, la perdita occupazionale era stata assorbita per due terzi dalle donne, maggiormente impiegate con contratti a tempo determinato. Con la nuova definizione, cresce il numero di uomini che perdono lo status di occupato.

I nuovi dati, quindi, indicano che la perdita occupazionale è stata più equamente distribuita tra donne e uomini.

Con la nuova metodologia si registrano variazioni anche nel peso della crisi sopportato dalle classi di età. I più giovani rimangono i più colpiti, ma si azzera la crescita occupazionale degli over 50 e peggiorano i numeri per tutte le fasce di età inferiori, compresa quella 35-49 anni.

UN INDICATORE PIU’ EFFICACE: LE ORE LAVORATE

La nuova classificazione degli occupati permette di far emergere in maniera più chiara quei lavoratori occupati in posti di lavoro “fantasma”. Fino a dicembre questi lavoratori sono rimasti nel computo degli occupati, ma in realtà da oltre tre mesi non sono effettivamente al lavoro.

Una volta di più, però, con le modifiche e la conseguente difficoltà a interpretare in tutti i dettagli i dati mensili, l’invito è a usare le ore lavorate più che il numero di occupati/disoccupati.

Le ore lavorate, infatti, permettono un’analisi più precisa dello stato del mercato del lavoro rispetto alle variazioni sia del margine estensivo (numero occupati o non occupati) sia di quello intensivo (occupati per quante ore).

Al di là delle novità metodologiche, i dati Istat mettono in ancor maggior evidenza tutta la gravità della crisi, in particolare facendo emergere coloro che pensavamo al lavoro e invece sono in cassa integrazione da parecchi mesi.

A queste persone non basta un sussidio ma hanno la necessità di essere presi in carico da centri per l’impiego o agenzie per il lavoro (le famose “politiche attive”). È molto concreto il rischio che il posto di lavoro a cui restano formalmente legati non torni più. Per questo motivo, è tempo che la politica economica non si occupi più solo della difesa dell’esistente con Cig, divieto di licenziamento e ristori.

Diventa fondamentale favorire la creazione di nuove imprese e nuovo lavoro e accompagni e prepari i lavoratori ai nuovi lavori.

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