La ricetta per rialzarsi dalla crisi economica scaturita dal Covid-19? Più attenzione alle persone, alla sostenibilità in azienda e alle (nuove) competenze necessarie. È quello che emerge dal Global Talent Trends 2020-2021, la ricerca realizzata dall’Osservatorio Mercer sul mondo del lavoro. Lo studio, che ha interpellato capi del personaledipendenti e stakeholder quali sindacati, fornitori e investitori di 1973 aziende (di cui 32 italiane) in 44 Paesi del mondo, vuole rispondere ad alcune domande chiave per lo sviluppo dei prossimi anni. Per esempio, come ripensare l’organizzazione delle aziende? Ne hanno discusso, nel corso del webinar Le prospettive del mercato del lavoro nel 2021 tenuto il 27 gennaio, Marco Valerio Morelli, amministratore delegato Mercer Italia, Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager, Marco Bentivogli, coordinatore BaseItalia, l’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero e Simonetta Iarlori, chief people, organisation and transformation officer di Leonardo.
Dal convegno emergono alcuni trend già chiari agli esperti. Se il mondo del lavoro, a causa del virus e in seguito al lockdown, è già cambiato, non ci sono dubbi che la trasformazione sia solo all’inizio. «Prima al centro del contratto c’erano il tempo e lo spazio, ma la pandemia ha spazzato via tutto questo – ha detto Marco Valerio Morelli –. Non identificheremo più il lavoro nell’ufficio: credo che il 2021 sarà l’anno della grande rifocalizzazione del lavoro».

Altri punti imprescindibili saranno la flessibilità e le competenze: «Le aziende si stanno rendendo conto che per uscire dalla pandemia servono più soft skill che hard skill». Dalla ricerca, spiega Morelli, emerge che il 58% delle risorse umane delle aziende intervistate sta mappando le skill disponibili e quelle che servono: le imprese raccolgono dati per comprendere cosa manca e quali sono gli ambiti in cui investire. Il case history di Generali, analizzato nella ricerca, ne è un esempio. Spiega Monica Possa, direttore risorse umane di Generali, affinché porti benefici durevoli, la formazione deve essere mirata. «Con il supporto di esperti consulenti specializzati abbiamo avviato una campagna di skill assessment mirata. Questo ci ha permesso di avere una fotografia precisa dei bisogni formativi individuali e di come colmarli – dice Possa –. Un’attività cruciale: proporre programmi formativi indifferenziati o differenziati solo su base funzionale rischia di essere inutile e in alcuni casi dannoso». Il risultato? Le persone hanno capito l’opportunità che si presentava e l’hanno abbracciata.

Ma insieme al mercato del lavoro cambiano anche i manager. «Noi cerchiamo di favorire modelli di leadership più inclusivi – ha spiegato Stefano Cuzzilla –. La figura del capo azienda autoritario e controllore, non è solo desueta, è fallimentare: il manager deve avere un dialogo con i lavoratori, capirne le esigenze per interpretare le crisi e quindi dominarle». Da qui la necessità di pensare alla cura delle persone, che secondo Marco Bentivogli non può che portare a un rafforzamento della produttività perché «il significato che ogni persona assegna al proprio lavoro è il cuore della conquista dell’attività aziendale». Serve quindi ragionare sulle competenze e soprattutto sull’innovazione, perché questa porta occupazione (e non perdita di posti di lavoro come per anni è stato ripetuto) ma necessita di un re-skilling. Come ha spiegato Simonetta Iarlori di Leonardo, «circa il 40% delle risorse richiederà una riqualificazione con nuove competenze e sarà necessario responsabilizzarle, accompagnandole in questo processo di formazione continua». Da sempre il gruppo investe sull’aggiornamento continuo delle competenze sia al suo interno sia collaborando con il sistema educativo e universitario del Paese, e secondo Iarlori nel futuro «dobbiamo mirare a modelli organizzativi innovativi e flessibili. Per raggiungere questo traguardo è necessario fare sistema, aiutando nella trasformazione anche il folto mondo delle Pmi italiane».

Come dovrà essere quindi il mondo del lavoro del futuro? Per Elsa Fornero le parole chiave sono tre: inclusivodinamico ed equo, ma secondo l’economista siamo ancora lontani dall’obiettivo. Troppi giovani inattivi, una disoccupazione galoppante e divari inaccettabili: «Dobbiamo renderci conto del fatto che se il Paese non cresce, non avremo un mercato del lavoro inclusivo».

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