La ferita è destinata ad allargarsi ulteriormente per colpa della lunga emergenza sanitaria. Cittadini di serie b, invisibili e abbandonati, oppure figli di mancate riforme. Fantasmi economici, sociali e giuridici che affollano il dietro le quinte dell’occupazione italiana. Lontani dal fisco e dall’Inps, dai sindacati, dai diritti e dai doveri, esposti a ricatti, incidenti e infortuni professionali. Sono i lavoratori in nero, protagonisti, loro malgrado, di quel lavoro irregolare che sta conoscendo un fortissimo exploit nell’anno del coronavirus.

Lo afferma l’Istat, alla fine del 2021, prevedono le proiezioni, circa 3,6 milioni di connazionali rischiano di perdere il posto tra recessione profonda, sblocco dei licenziamenti e stop alla cassa Covid. E una fetta consistente di quest’emorragia di esuberi sarà assorbita dall’economia sommersa. Ci si accontenterà di tutto. Retribuiti male, e di nascosto. Dalla luce del sole alle tenebre dell’incertezza.

Nel Belpaese gli irregolari sono già 3,3 milioni e generano qualcosa come 78,7 miliardi di euro di valore aggiunto sotterraneo. Il 13,1 per cento del totale. Il 38 per cento di loro vive al sud, in particolare in Calabria (21,6%), Campania (19,8%) e Sicilia (19,4%).

Ma chi sono i lavoratori segreti ? In che settore operano i disoccupati, cassintegrati e pensionati virtuali? Dominano «i poco istruiti, i giovani, le donne e i cittadini di altri paesi dell’Unione europea. E lavorano soprattutto nel terziario, perché i diversi rami che lo compongono superano il 75% dell’intera occupazione irregolare, pari a 2 milioni e 500 mila persone», spiega il professor Emilio Reyneri, professore emerito di sociologia del lavoro all’Università di Milano Bicocca. «In primis, c’è il lavoro domestico (25%), seguito da commercio (oltre l’11%), alloggio e ristorazione (8,5%) e le attività professionali (8,5%). Agricoltura, industria manifatturiera e costruzioni oscillano tra 7% e 8% dell’occupazione irregolare. Nel segmento che più alimenta il lavoro nero, i servizi domestici alle famiglie, il tasso di irregolarità sfiora il 60%. L’incidenza è molto elevata anche nelle attività artistiche e di divertimento, mentre è relativamente modesta nei servizi finanziari e assicurativi».

Un mucchio selvaggio di domestiche e badanti, commercianti e artigiani, camerieri e baristi, muratori, braccianti; ma anche musicisti, infermieri, insegnanti a domicilio. Forniscono prestazioni sia alle famiglie che alle micro-imprese, molte delle quali nascono, muoiono e rinascono con gran frequenza per sfuggire a ogni controllo. Durante il lockdown, la domanda per buona parte di queste attività è crollata: si pensi al turismo, alla ristorazione, all’intrattenimento. Ma per altri è cresciuta, come le consegne a domicilio.

C’è poi il tema della spaccatura apparente, quantitativa e qualitativa, tra nord e sud. Il problema del Mezzogiorno non è tanto una diffusione del lavoro nero particolarmente alta, quanto la scarsissima presenza di quello regolare, soprattutto nell’industria e nei servizi. Il lavoro nero è solo un poco meno diffuso nelle regioni settentrionali e anche lì, quindi, costituisce una difficoltà. Ma se le differenze regionali non sono massicce come si ritiene, altrettanto non può dirsi per l’offerta di lavoro, cioè per le caratteristiche dei lavoratori e delle lavoratrici in nero.

Nelle regioni meridionali gli occupati irregolari sono tendenzialmente maschi, in età centrale e capifamiglia, mentre in quelle settentrionali sono per lo più donne, giovani e coniugi. È probabile che i lavoratori in nero nel Mezzogiorno siano i soli occupati in famiglia, mentre al nord vivano in nuclei familiari in cui il capofamiglia ha un lavoro regolare.

Qualcosa si sta muovendo, si è da poco conclusa la cosiddetta “sanatoria colf, badanti e braccianti”, procedura di emersione dei rapporti di lavoro irregolare intrapresa a inizio giugno, sono arrivate  oltre duecentomila richieste di regolarizzazione. Mobilitati i comparti dell’agricoltura, del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona.

Ma non basta: la coperta ha lasciato scoperti milioni di addetti, e molte cellule del tessuto lavorativo italiano sono infette da tempo, non basta un provvedimento straordinario, benché incompleto, per rigenerarle. Anche perché si fanno largo pulsioni più estemporanee al radicamento esponenziale del lavoro nero nella nostra penisola.

Prendiamo il reddito di cittadinanza. Le cronache tracimano di casi di percettori del reddito di cittadinanza che, al posto di impegnarsi in lavori di pubblica utilità, foraggiano la manovalanza del lavoro nero. Ci guadagnano tutti, in apparenza: gli assistiti, che potendo contare su un sussidio fisso si accontentano di un salario “extra” scontato, e certi imprenditori machiavellici. Ma chi perde sono proprio i lavoratori!

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